Programma di vita

Il seguente scritto rappresenta un ampio e completo programma di vita religiosa e ascetica per ogni Ancella della Carità. Programma scaturito dalla mente e dal cuore di santa Maria Crocifissa, e dai lei interpretato e vissuto con eroica radicalità. Indirizzato alla contessina Angelina Passi, in risposta alla sua richiesta di essere accolta nell’Istituto, costituisce ancor oggi un vero e proprio progetto di vita individuale e comunitario per un cammino di perfezione nella carità.

 

Brescia, 31 ottobre …

Non posso dire quanta consolazione mi recasse la tua presa risoluzione di renderti religiosa. Sì, quanto volentieri ti vedrò dentro le mura del monastero da te eletto, e quanto benedico e ringrazio quella divina Bontà che, colle celesti illustrazioni alla mente e coi soavi impulsi al cuore ti chiamò allo stato religioso – questo beneficio della vocazione religiosa – che con alto e ammirabile modo tutti gli altri benefici in sé contiene eminentemente.

La religione è una santa Congregazione di persone disingannate che, ritiratesi fuori dal mondo per maggiormente facilitarsi, nella solitudine, coll’esercizio della mortificazione e della carità, l’obbedienza alla volontà di Dio, coi santi voti incatenano il proprio volere ai piedi del Crocifisso e nelle sante regole trovano tanti mezzi di perfezione la più sublime.

Coraggio, dunque, nell’intraprendere con cuore generoso e con umile sentimento di te stessa l’esecuzione del concepito disegno. Vattene presto coll’animo sì compreso di proseguire poi la strada della più sublime perfezione religiosa, sempre faticando per assicurarti colle buone opere la tua vocazione. Gesù Cristo, tuo divino sposo, tuo capitano, precede ad appianarti la strada e a combattere per te.

Prendi, Angelina – ti dice – prendi la tua croce e seguimi. Non hai più di che temere, se Dio stesso ti si esibisce per compagno, per guida e giacché hai deciso di voltare generosamente le spalle al mondo, nel sacro recinto che ti accoglie, devi attendere a divenire una vittima di carità la più perfetta, animata dall’esempio di tante consorelle, che nella sicura vita delle cristiane e religiose virtù s’avanzano a gran passi.

Prendi di buon animo sulle tue spalle quella croce qualunque sia – o interna o esterna – che la divina provvidenza ti verrà destinando e allegramente soffri per amore di Gesù Cristo ogni sorta di avversità e di tribolazione che è un dolce e lieto patire, il patire per chi tanto ha sofferto per te. Felici travagli – diceva Santa Teresa – perché in questa vita vengono sì abbondantemente pagati.

Lungi perciò dal tuo cuore ogni tristezza e renditi abituale una certa alacrità di mente e di spirito in tutte le azioni del tuo vivere religioso.

Sia la tua povertà – che verrai a praticare – vera, cioè reale, d’affetto e di intenzione. consolati ogni volta che il Signore ti regalasse l’occasione di sentire qualche conseguenza della povertà. Il tuo cuore poi se ne stia sempre lontano da qualunque affetto ai beni della terra e ai comodi della vita e ricordati d’andar molto cauta nel prendere in ciò licenze. Oh, di quanti tesori è fecondo lo spirito di povertà!

Vivi cauta, circospetta e ben mortificata per poterti mantenere fedele a Dio: anche nelle cose più minute risplenda la fedeltà di casta sua sposa, e l’illibato verginale candore che ti distingue per sua. In tutte le azioni importa assai fare conto delle cose piccole e minute, molto più ciò è necessario in questa virtù chiamata dal Santo di Sales: il giglio delle virtù.

Ti stia a cuore soprattutto la virtù dell’obbedienza: questa è quella vera e propria virtù dello stato religioso che rende facili tutte le altre e senza la quale tutte le altre sono inutili in un monastero. Questa è quella virtù dello Sposo, nella quale e per la quale Egli ha voluto morire. Questa è la via compendiosa e sicura per arrivare alla perfezione religiosa. Questa, insomma, è il sale che dà molto sapore e gusto a tutte le nostre azioni e le rende meritorie di vita eterna.

Angelina, gran bene è per un’anima il non sortire mai dai confini dell’obbedienza, mentre da questa dipende il profitto nelle virtù e la sicurezza di non sbagliare nel cammino. Non vi è strada che conduca più presto alla perfezione, dell’obbedienza.

La tua sollecitudine ti renda vigilante  per l’osservanza di tutte le sante regole, facendo risplendere una grande esattezza anche nelle più piccole cose. Guardati dal lasciarti ingannare o dal demonio o dall’amor proprio, dal considerare alcuna per cosa leggera, di poca o nessuna importanza. Guai ad una religiosa che comincia a rilassarsi in alcune cose, che sembrano di poca importanza! E se talora il rigore delle regole sembrasse aspro e difficile, se ne deve attribuire la colpa a mancamento di spirito.

Quando si mantiene lo spirito , tutto si sopporta con soavità e allegrezza. Devi poi anche riguardare per uno dei doveri più indispensabili dell’Istituto che hai scelto il tenere sempre i tuoi sentimenti soggetti allo spirito. Ricordati che devi considerarti come morta a tutto, non cercare la conversazione delle creature se desideri il raccoglimento e l’unione  con Dio. Non può stare la solitudine religiosa colla distrazione mondana; e quella religiosa che non ama il ritiro, non ama la sua sicurezza.

Angelina, abbi somma premura di bene indirizzare le tue azioni al puro fine di piacere a Dio e di dargli gloria.

E con orrore fuggi quelle azioni che sono regolate da fini terreni e da mondane affezioni.

Il tuo esterno corrisponda sempre al tuo interno, perché quel Dio che penetra i disegni del tuo spirito e del tuo cuore discopre anche l’intimo delle tue intenzioni.

Angelina, non ti posso dire quanto poi ti desidero impegnata per la santa orazione, essendo tanto necessaria per sostenere l’anima e nutrirla, come necessario si rende il cibo per il sostentamento del corpo.

Angelina, nell’orazione Dio vi ha posto tutti quei beni di quali abbiamo bisogno e se tanto sospiriamo in mezzo alle nostre debolezze e aridità, siamo colpevoli per mancanza di orazione.

La santa carità leghi sempre il tuo cuore con quello di tutte le Consorelle, e la carità componga un cuor solo ed un’anima sola. Trionfi sempre il compatimento.

Entra nella santa casa, dove Dio ti chiama, senza portarvi desiderio di cariche, di onori, di preminenze, ma sempre mantieniti con bassa stima di te stessa, riconoscendoti indegna di abitare in quel chiostro, dove il Signore ti chiamò. Credi sempre l’opinione delle altre migliore della tua. La santa carità, senza la quale tutte le altre virtù non hanno valore, non sia mai in te oziosa, ma sempre operativa e compagna di tute le tue azioni, di tutti i tuoi pensieri, di tutti i tuoi discorsi, indirizzando il tutto a puro fine di piacere a Dio. il vero amante per tutto ama e sempre si ricorda dell’amato.

Angelina, sia tuo impegno che questa virtù produca frutti copiosi, né mai ti stanchi dall’operare e non misuri la grandezza delle opere con le difficoltà che vi si incontrano, ma con la grandezza delle fervide tue brame, per cui ti renda superiore a qualunque difficoltà e a tutto soffrire piuttosto che mancare. e dirai sempre a te stessa: “Angelina! Sei venuta in religione per patire, faticare e farti santa”.

Incomincia sempre il giorno con una lena particolare di passarlo santamente. Dio che  ti sta guardando enumera i tuoi passi, i tuoi sospiri; ti veda sempre umile, paziente, mansueta, docile, di buon umore. Alla vera religiosa si vede nel volto l’allegrezza modesta e tranquilla, esce dalle sue labbra un parlare schietto e sincero, traspira dal suo cuore un amore puro e sublime e le stesse afflizioni hanno tali conforti che non hanno di afflizione che il nome; regge le sue azioni la grazia e non  la natura.

Lo studierai bene il carattere della vera religiosa per ricopiarlo in te stessa. Ricordati che giova molto nel cammino  della perfezione di farsi animo a cose grandi e guardarsi dall’avvilimento.

Iddio nei tuoi quotidiani difetti ti vuole vedere umiliata, ma non avvilita.

Non perderti mai di spirito, ma tutto spera da quella divina bontà che ti chiamò dal secolo alla religione, che vorrà compiere l’opera cominciata, guidandoti con i suoi lumi e sostenendoti con i suoi aiuti a conseguire il fine per cui ti ha chiamata, cioè di formare in te il modello di una grande virtù e di una santità la più sublime.

Presto Angelina, a far quel passo che ti nasconde agli occhi del mondo e che ti introduce ove il tuo Dio ti aspetta, per versare in te i tesori delle sue benedizioni e trovare in te la sua più cara compiacenza vedendoti sempre elevata in Dio, rapita in Dio, nella fatica e nel riposo, nel digiuno e nella refezione, nello sguardo, nel gesto e nel respiro.

La tua mente non pensi che a Dio, il tuo cuore non ami che Dio e la sua volontà, non voglia che il maggior gusto di Dio, la tua vita sia più celeste che terrena; e nelle tue fatiche e nelle tue conversazioni con Dio, ricordati anche di chi – con i più sinceri sentimenti di compiacenza per la tua scelta – si presta.

      Paola Di Rosa della Congregazione di Brescia

 

 

 

 

Sono a pregarvi di una grazia

Questa lettera, inviata al padre, cav. Clemente Di Rosa, nella circostanza decisiva della sua scelta vocazionale, che si traduce nel servizio incondizionato alle colerose, rivela già quale sarà il carisma di Paolina.

 


 

Brescia, 21 giugno 1836

Carissimo Papà.

Sono a pregarvi d’una grazia. Ve la chiedo in iscritto, non per mancanza di confidenza a parlarvi; ma perchè non mi si chiudano le parole fra le labbra con una vostra pronta negativa.

Sì, la grazia che vorrei da voi, ve la chiedo per amor di Gesù Cristo. Non me la negate. Il mio vivissimo desiderio sarebbe d’approfittare del mezzo che Iddio mi dà d’aprirmi il Paradiso col praticare l’atto di carità in assistere all’Ospedale le povere colerose. Lasciate che mi dedichi al servizio di queste povere infelici. Voi fate al Signore il sacrificio della vostra Paolina; io il farò della mia vita. Riflettete, caro il mio Papà, che se voi mi deste una negativa e che fossi presa dal colera in casa e venissi a morire, avreste rimorso d’avermi sottratto l’ingresso in cielo. Vorrete voi negarmi questa grazia? Ah, no! Quel Dio che ha ispirato me, ispirerà ancor voi. Non consultate né la carne, né il sangue, ma la religione sola.

Non apporterò alcun danno alla famiglia, perchè vi ho riflesso e prenderò tutte le misure che la prudenza suggerisce. Di queste ve ne parlerò a viva voce.

Vostra aff.ma obbl.ma  figlia

Paolina

Vi prego e vi supplico a non fare meraviglie

La seguente lettera, di una altissima finezza psicologica, è inviata da Paola al padre raccolto nel silenzio per gli esercizi spirituali. Conoscitrice dell’animo paterno, sa che in questo clima di viva fede e d’intensa preghiera le richieste più impegnative della sua vita potranno essere accolte positivamente. La determinazione di consacrarsi al Signore e di dimostrargli il suo amore attraverso l’assistenza alle ammalate, fa parte del carisma iniziale che va delineandosi nella sua vita e che ha bisogno di essere accolto e confermato anche dal padre e aiutato nel suo sviluppo. Stupiscono la determinazione e la chiarezza d’idee di Paola, il suo non curarsi delle chiacchiere del mondo considerandole con distacco, con la santa filosofia di chi sa di poter contare sull’aiuto sicuro di Dio.

 

 

Brescia, agosto 1839

Carissimo Papà,

   Vi prego e vi supplico a non fare meraviglia sulla cosa che sono per esporvi. Ben conosco che questi giorni sono da voi dedicati all’orazione, al raccoglimento, e al ritiro; e io non dovrei distrarvi. Ma non posso a meno di farvi consapevole di una cosa che a me appartiene, e assai interessante.

Mi si presenta un partito assai vantaggioso per collocarmi. Voi ben sapete quanto fossi aliena da simile idea; ma la vostra avvedutezza e lunga esperienza vi avranno fatto conoscere abbastanza l’indole del cuore umano, instabile cioè e incostante per aderire volentieri oggi a ciò che ieri aborriva. Per vostra tranquillità però sappiate che non ho fatto alcuna risoluzione senza prima consigliarmi col mio direttore.

Vi prego di nuovo a non fare le meraviglie. Ciò che poi mi lusinga del vostro facile assenso e che anzi mi assicura della gioia vivissima con cui il cuor vostro farà plauso alla mia determinazione è la circostanza che la persona aspirante è vostra amica da gran tempo e vi ama assai. Non parliamo per ora dell’età sua, perchè quando ne udirete il nome saprete anche questo.

Non vi prendete pena, perché forse il mondo vorrà parlare e ridersi di me; le meraviglie durano al più tre giorni, e la cristiana filosofia insegna a non fare calcolo delle dicerie di un mondo insano, balordo e sempre ingiusto nei suoi giudizi, quanto lo è nelle sue massime. Ritenete, caro Papà, che molte di quelle giovani che vorranno ridersi di me, nel fondo dell’animo invidieranno la mia sorte, e molto più quando rifletteranno che voi non me lo avete esibito, che io non l’ho cercato, ma che Egli stesso si è messo a cercarmi, mentre io non lo conosceva che di nome.

Quando nell’età di dicotto anni ricusai, se bene vi ricordate, la proposta che voi mi faceste, di un collocamento, il mio rifiuto d’allora fu certamente una disposizione del Cielo, che riserbavami a più cospicua fortuna.

Ma che diranno, che penseranno di te, Paolina, voi facilmente esclamerete in cuor vostro, come la sentiranno di questo tuo divisamento quelle tue compagne che finora si occuparono con te sulla fondazione della pia Società? Non dubitate, caro Papà, le mie compagne sono più savie e più giuste dei seguaci del secolo; desse non fanno le merviglie; anzi, quando farò loro conoscere che col frutto della dore, che il mio amoroso papà vorràassegnarmi, potrò meglio concorrere al sostentamento della pia opera, giacchè il mio futuro sposo sono sicuro che non mi cerca per la roba, credetemi, carò Papà, che si consoleranno e faranno plauso alla mia risoluzione.

Ma è tempo ormai che vi esponga il nome del caro oggetto che ebbe la bontà di chiedermi. Egli è Gesù di Nazareth, cui porgo le mie preghiere perché rapisca anche il vostro cuore, e lo collochi in mezzo al suo. Egli è Gesù; presso il quale desidero assai che mi teniate in decoro, come avete già fatto e come fareste con un altro genero nell’affidargli la vostra affezionatissima

Paola

 

 

I tre setacci di Socrate

Mentre Socrate è seduto in una piazza, un uomo gli si avvicina, in preda a visibile eccitazione.
“Buongiorno Socrate, sai cosa ho appena saputo?”
“No” rispose il saggio, “come potrei saperlo?”
L’uomo, impaziente di condividere il suo segreto, si accinge a raccontare la sua storia. Ma Socrate lo interrompe: “Aspetta un momento! Prima di cominciare, puoi dirmi se hai fatto passare ciò che vuoi riferirmi attraverso i tre setacci?”
“I tre setacci?”, chiede l’altro stupito. “No non so di che cosa stai parlando!”
“Il primo setaccio è quello della bontà. Quello che vuoi raccontarmi è una cosa buona?”
“Ebbene, non ci avevo pensato. Aspetta… no, non credo che si possa dire che si tratti di una cosa buona”.
“Allora, continua il filosofo, se non è una cosa buona, l’hai almeno fatta passare per il secondo setaccio, quello della verità? Quello che vuoi dirmi è vero?”
“Devo confessare che non ne sono sicuro”, rispose l’altro sempre più imbarazzato. “L’ho saputo da un amico che l’ha sentito anche lui da…”
“Quindi non sai se è vero “.
“No, per dirla sinceramente, non ne so nulla”. Socrate allora continua: “Se quello che vuoi dirmi non è una cosa buona, né sicuramente vera, almeno passa attraverso il terzo setaccio: è utile che io venga a saperla?”
“Insomma, non credo che sia davvero utile”, rispose l’altro, a disagio.
“Allora ascolta! Se quello che vuoi dirmi non è una cosa buona, né vera, né utile, preferisco non ascoltarla”.